Nicola Rupealta, zolfataio e sindacalista #1

Tu devi sapere che qua prima c’era il mare. Sai, a me piace molto parlare di astronomia. E io ho lavorato sottoterra per quarant’anni, e ho fatto di tutto per rispettare gli operai e farli rispettare. Per trenta e rotti anni ho fatto commissioni interne. Nelle stipule di contratto che si facevano a livello nazionale, io partecipavo. E quando non si potevano concludere le trattative, ci informavano: – Si sono rotte le trattative a questo punto: che facciamo? – e noi dicevamo se continuare o rompere e in caso ingaggiare delle lotte. Questo era il nostro mestiere.

Ma bisogna sapere come si impostano le lotte, come poter vincere le lotte, la strategia necessaria. Perché non si può dire sempre: – Vogliamo duecentomila lire, o duecento lire, o mille lire di aumento -, prima bisogna motivare la richiesta mostrando i pericoli del posto di lavoro. E c’è il contratto nazionale, il contratto regionale e anche il contratto provinciale.

Lavoravamo in mezzo alla polvere: dovevamo trovare le proposte contro la polvere. La polvere si ottiene il venti per cento d’indennità. Stillicidio (quando piove), acqua al piede. Nelle gallerie correva l’acqua. Acqua al piede, altra indennità del venti per cento. Senza considerare i danneggiamenti fisici! Lo stillicidio è quando ci chiovi in testa, le indennità di polvere sono per i danneggiamenti ai polmoni. E c’erano anche le indennità di caloria, per il caldo che c’era.

Nelle miniere lavoravamo a cinquecento metri sottoterra e poi facevamo livelli di venti metri che scendevamo ancora più profondo. Quando si esauriva il livello, si scendeva un altro livello di venti metri, e scendevamo due livelli e arrivavamo a cinquecentoquaranta metri. Perché poi ù puzzu era cinquecento metri, e all’interno c’erano i sussidiari. Il sussidiario è un piano inclinato al quarantacinque per cento, così. E si esaurivano tutti i livelli. Era una vanedda quando era buona, larga. Era larga venti metri. Venti metri tutti ammasso di zolfo, e si esaurivano! Poi, quando si esaurivano, si arrivava al piano successivo, ma prima il piano di sopra era da esaurire. Si esauriva e si faceva la ripiena di materiale. Tutti i vuoti che si facevano, si dovevano riempire. E dove c’era pericolo, c’era il sottoscritto, perché io ero armatore e appuntellatore del tetto per non farlo cascare e per salvaguardare la vita degli operai.

Una volta gli ho detto: – Capomastro, dove lo sta mandando questo povero ragazzo di quattordici anni? – perché aveva detto a un ragazzo: – Mariano, fai franare questo materiale nella discenderia! – Le discenderie sono quando si scende nei livelli, le rimonte sono quando si sale. E per questo Mariano, questo ragazzo, ho rimproverato il capomastro. Fare franare il materiale che aveva interrato fitto fitto! E allora il capomastro mi ha detto: – Andateci voi – e io ho risposto – Io ci vado, ma voi (perché io avevo questo coraggio) voi non sapete comandare! -. Sono salito là sopra, ho levato due tavole dal tetto, ho calcolato quanto materiale c’era da scendere e quanta largasìa c’era per contenere tutto il materiale e l’ho fatto franare.

Quanti episodi in quarant’anni. Per dire che uno ha fatto quarant’anni di miniera, con tutti i disagi particolari: stillicidio, acqua al piede, zolfo che cade… A me è morto uno zio nel ’33. Una volta, il picconiere ha detto al capomastro: – Capomastro, si levi da là sotto che c’è pericolo! -. C’era un tipo di zolfo particolare, con la pece. E lui continuava. La pece, con la caloria che si mantiene nella parte alta, si scioglie. Capomastro avvertito mille volte! Ed è morto il capomastro Rambella. Un altro capomastro, Puglisi, di Enna: i vagonari hanno allargato il binario, dove entravano i vagoncini. – Lo metto io questo chiodo, e senza dire niente perché è pericoloso!                                                                                                                – Come? – ha detto il vagonaro – noi dobbiamo starcene muti senza dire niente? Qua non si può lavorare! -. Il capomastro, per andare a mettere il chiodo, gli è caduto lo zolfo ed è rimasto schiacciato. E sono due capomastri. Eh, Dio mio, m’arrìzzano i carni certe volte… E quanti rischi!

(…)

Miniera di Faccialavata, S.S. 121, km 88, Leonforte (En) - Foto Laneri, 14 giugno 2010

Miniera di Faccialavata, S.S. 121, km 88, Leonforte (En) – 14 giugno 2010

 

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