Di Europa si parla?

Da qualche mese ormai, la RAI si è prodigata in una ferma promozione del dibattito sulla Europa.
Sappiamo bene tutti come la politica economica dell’Unione abbia ormai fortissime ingerenze nella vita degli Stati membri e, di conseguenza, nelle nostre. Nulla di strano allora, che il governo cerchi di mettere sotto l’attenzione dei suoi cittadini temi così importanti, anche attraverso l’uso di televisioni.

Ciò che ci viene propinato, però, è davvero  capace di far sì che gli spettatori possano farsi un’idea completa e critica dell’argomento?

‘’Di Europa SI DEVE non per influenzare, ma per informare’’: è questo lo slogan che chiude ciascuna di queste pubblicità. Anche quella che più ha colpito l’opinione pubblica ed anche le istituzioni; ed alla quale voglio dedicare qualche riga.

La pubblicità in questione parla del TTIP, ossia il Transatlantic Trade and Investiment Partnership, un accordo che l’Unione stipulerebbe con gli Stai Uniti d’America per creare un mercato sul modello europeo. Un’aria di libero scambio, con un abbattimento dei dazi doganali e, soprattutto, delle barriere non tariffarie.

Il Trattato è ancora in corso di negoziazione, la quale dovrebbe concludersi nei prossimi mesi. Avere informazioni dettagliate e complete non è facile: i negoziati, com’è di prassi, si svolgono pressoché segretamente. E’ anche vero che non poche informazioni sono messe in circolo – per vie istituzionali e non.

Sono pochi i settori che non sarebbero disciplinati dal Trattato (probabilmente solo quello bancario ed assicurativo). Aprire il mercato vorrebbe anzitutto dire liberalizzare la circolazione di ogni sorta di prodotto di consumo: cosmetico, farmaceutico; insomma, ogni sorta di bene di cui fruiamo nel quotidiano. E ciò che costituisce gran parte del quotidiano, soprattutto per un siciliano, è il cibo. E’ proprio sul settore alimentare che vale la pena soffermarci. Per il nostro Paese l’alimentazione e la cucina sono un motivo di vanto, di fama, nonché principale argomento di discussione – spesso proprio a tavola! -; senza paura di esagerare, direi parte integrante della nostra cultura, ricca ancora di tradizione.
Situazione ben diversa da quella americana, dove ciò scompare – né forse è mai esistito. Nella loro cultura, anche culinaria, troviamo una società alla continua ricerca della massima razionalità in ogni attività economica.
La razionalità nel settore alimentare – dove la categoria più redditizia è quella delle carni e di derivati animali – si traduce in tecniche di allevamento intensivo, dove gli animali, per dirne giusto una, assumono mais, piuttosto che il loro naturale foraggio, sono  ammassati in fabbriche immense in condizioni igieniche pessime e, quindi, trattati con antibiotici. Ad alcune compagnie però è da riconoscere il merito di scegliere altri trattamenti, come ad esempio complessi processi chimici sulla carne macellata per epurarla da possibile contaminazioni . Non da ultimo, vengono gli OGM,  diffusissimi.

Carni trattate con antibiotici hanno l’effetto di depotenziare l’efficacia dei medicinali assunti da chi queste carni mangia: non solo la loro qualità si abbassa, ma i prodotti si rivelano spesso letali.
Un appunto va poi fatto al trattamento deplorevole cui sono sottoposti gli animali, rinchiusi perennemente tra mura e recinti.

Declinare il corollario di effetti negativi, su un ecosistema e sui consumatori, di questo tipo di allevamento sarebbe troppo complicato e non credo di esser capace di farne comprendere la reale portata.
Consiglio allora la visione di Food Inc.( diretto da Robert Kenner, 2008- premio Oscar come migliore documentario nel 2010) per chi fosse incuriosito e non volesse fermarsi a queste superficiali informazioni

Le barriere non tariffarie di cui pocanzi, sono normative che stabiliscono determinate regole, che, in materia di beni  alimentari, riguardano soprattutto la loro sicurezza. Un prodotto sicuro è tale anzitutto per la sua composizione, la sua lavorazione e la sua tracciabilità. Proprio la tracciabilità, però, è quella che già secondo le normative europee è meno trasparente.
Nel mercato unico europeo, anche questo settore è dominato infatti da colossi industriali. Poiché siamo già smaliziati, non meraviglia che talvolta è proprio in loro favore che vadano le normative. La tracciabilità poterebbe favorire infatti quelle, ormai, piccole realtà dove l’allevamento degli animali è ancora praticato sui pascoli e secondo metodi biologici – che, per fortuna, sono ancora presenti nel nostro territorio. Le normative sulla tracciabilità, infatti, permettono sì di sapere quale sia il Paese di nascita dell’animale, quale quello dell’allevamento e della macellazione, ma non è possibile indicare l’allevamento specifico. Tutto ciò limita le possibilità di scelta del consumatore e va a vantaggio di chi non pratica metodi tradizionali di allevamento.
Eliminare queste barriere vorrebbe dire peggiorare drasticamente  la situazione attuale.
Nel mercato americano non esiste infatti alcun obbligo sulla tracciabilità del prodotto. Quel che si compra non si sa da dove venga, né dove sia stato macellato.

Si contano ogni anno, in America, migliaia di morti causate dal cibo (foodborne). Le autopsie operate sui malcapitati – che dimostrano come il responsabile principale sia l’Escherichia Coli – si rilevano spesso difficili, perché nei singoli prodotti vi sono moltissime carcasse di animali, addirittura a volte centinaia. Considerando la poca igiene degli allevamenti, si comprende come il tasso di contaminazione, alla luce di queste stime, sia alto.

Ecco, se fossero davvero abbattute queste barriere, sono questi i prodotti che accoglieremmo nel nostro Paese.
Questo è uno degli aspetti che, assai sinteticamente, ho provato ad analizzare.
Ma un altro che non può passare in secondo piano è quello che riguarda la delegittimazione dei tribunali degli Stati membri per i ricorsi riguardanti i mancati guadagni per responsabilità del Paese.

Il mercato sarebbe infatti aperto anche agli operatori economici, che potrebbero occuparsi di qualsiasi servizio, anche quelli essenziali (come il trasporto, per intenderci). Questi privati potrebbero poi portare il Paese ospitante di fronte ad un arbitrato privato, impugnando sentenze dei tribunali di quel Paese che vadano a loro svantaggio. Ciò in forza di clausole contenute in Trattati che gli stessi Stati – minando alla propria sovranità e soprattutto ai propri cittadini – firmano, conosciute con la clausola ISDS (Investor-State Dispute Settlement).

Emblematico e preoccupante è il caso Veolia. Questa impresa francese si occupa dello smaltimento rifiuti ad Alessandria d’Egitto. Il Paese è stato portato di fronte il Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (Cirdi), della Banca Mondiale dopo che il Governo, a seguito della Primavera, aveva alzato il salario minimo da 41 a 72 euro. Fatto insopportabile per la Veolia, che grazie al sistema dell’arbitrato privato, rischia di annullare uno dei più grandi obiettivi ottenuti con mesi di scontri

Ciò consentirebbe alle multinazionali – che non sono proprio il classico esempio di buon vicino – , non solo di bypassare le nostre frontiere, ma anche di porsi come pari di fronte allo Stato

Il TTIP non può però essere liquidato così. Creare un mercato unico potrebbe dire un forte incremento del PIL, nuove possibilità lavorative. Potrebbe poi essere uno scossone per il nostro mercato finanziario che vive una profonda crisi.
E’ davvero allora lecito che il nostro Paese ne parli e tenti una negoziazione. Ma che questi ultimi siano i soli aspetti evidenziati e che molti altri siano ancora inaccessibili, è l’ennesima conferma di una crisi istituzionale: chi ci rappresenta, non parla chiaro né sappiamo cosa comporterebbero le loro azioni. Siamo sempre meno padroni delle nostre scelte e adesso, perfino gli Stati, della loro sovranità.

Allora, di Europa vale la pena parlare, ma non certo come si è fatto finora.

Come ultime informazioni, consiglio la puntata di Report del 26/10/14, andata in onda, strano a dirsi, su Rai 3; e a chi avesse voglia di buona musica, di ascoltare il pezzo qui linkato – I’m the slime, da Over-Nite Sensation (1973), F. Zappa -, il cui testo è più che azzeccato.

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