Generazione 2.0 (spunti per un’analisi scellerata)

Non ho mai amato i discorsi generazionali. Sono stati troppo spesso un pretesto di attacco e di difesa, il fondamento di retoriche tanto conservatrici quanto fintamente rivoluzionarie. Poi, gli scarti generazionali, se da un lato si fanno più veloci per via di troppe questioni tecnologiche e sociali, dall’altro sembrano accavallarsi, dando luogo a manifestazioni patetiche di adulti che giocano a fare i giovanotti e adolescenti che rincorrono maldestramente gli atteggiamenti degli adulti.

Non ho mai amato i discorsi generazionali perché troppo spesso si ricorre ad eventi catastrofici per assegnare loro non solo una svolta epocale ma addirittura un’illuminazione di massa, un palesata coscienza che – si presume – debba aver segnato milioni di persone. Solo perché ne hanno avuto notizia in diretta, solo perché ne hanno vissuto gli sconvolgimenti storici attraverso lo sguardo dei mezzi d’informazione.

Se chiedo a mia nonna del fascismo lei saprà darmi unicamente la sua versione dei fatti, quella di una contadina nell’entroterra siciliano. Mia nonna non è mai stata fascista, ma di certo non mi parlerà mai dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, né tantomeno delle strategie attuate dai partigiani di montagna al freddo dei boschi piemontesi. Mi parlerà della fame, delle camicie nere in corteo, dell’arrogante autorità di cui i fascisti locali erano portavoce, dello strano senso di felicità e smarrimento in seguito all’armistizio e al nuovo ordinamento democratico che ne seguì. Non ha partecipato alla Storia, bensì l’ha vissuta da vittima inconsapevole.

Il secolo ventesimo ha visto un susseguirsi di eventi che nel corso del tempo hanno assunto dimensioni epocali proprio per il riverbero economico e sociale che hanno prodotto. Penso al primo conflitto mondiale, alla crisi del ’29, agli eventi che hanno preceduto lo scoppio del secondo conflitto mondiale e a quelli che ne seguirono, ai moti del maggio ’68 e a tutto ciò che da lì si sviluppò, alla caduta del muro di Berlino. Ogni generazione ha trovato in uno o più momenti storici l’appiglio per identificarsi, la registrazione di uno stato d’essere condiviso. Nel lento aggrovigliarsi della Storia, gli uomini e le donne del pianeta Terra hanno posto una serie di punti attorno ai quali fermarsi a medicare le ferite per poi ripartire, destinazione futuro.

Nel mondo occidentale degli ultimi vent’anni il discorso generazionale assume proprietà sempre più vaghe. Le informazioni si accavallano, si confondono, tutto appare importante, come se si fosse costantemente sull’orlo di un baratro, come se non ci fosse più futuro. La nostra generazione sembra rimanere orfana di una coscienza unitaria, proprio perché essa appare ormai inutile, inspendibile. Spesso di parla di “morte delle ideologie”. Io non so se le ideologie siano effettivamente morte o meno, so soltanto che troppo di ciò che mi sta attorno, vaghe idee comprese, sembra essere in vendita.

Non ho mai amato i discorsi generazionali perché i grandi eventi dei miei anni mi si palesano confusamente e l’unico disegno globale che si possa tracciare di questi primi anni del Terzo millennio assume le sembianze di una cancellatura nervosa su parole che no, proprio non devono essere lette.

Attentato alle Torri Gemelle, guerra al terrorismo, grande recessione e crisi economica mondiale, primavera araba, dibattito sui diritti LGBT. Questi sono alcuni dei grandi eventi che su scale differenti stanno cambiando il volto della società contemporanea. La deflagrazione delle bombe, lo scalpitio delle file agli sportelli bancari, l’avviso delle notifiche su facebook che incitano alla rivolta, gli scontri più o meno dialettici in casa, all’università e nei palazzi del potere: sono queste le note della generazione duemila, questi i fuochi identitari di milioni di persone?

A leggere le pagine dei giornali sembrerebbe proprio di sì, ma in realtà ognuno di noi (dove per noi intendo venti-trentenni del mondo globalizzato) penso sia unito, ancor più che da una serie di eventi apparentemente distanti nel tempo e nello spazio, da un’unica, diffusa e tangibile angoscia del futuro. Alla probabile banalità di questa affermazione tocca però far seguire un’analisi ponderata delle cause che ne stanno alla base, la ricerca di tutte quelle condizioni che ne dettano l’esistenza. L’angoscia del futuro potrà essere allora un punto di forza, la leva per risarcirci di tutto ciò che è stato concesso e negato senza richiesta alcuna. E come alla fine di una guerra, o di fronte a un muro che crolla, forse anche noi potremo trovare i colori di un disegno unitario che esprima non solo un senso di crisi e smarrimento, ma delinei un percorso di pratiche ed abitudini sufficientemente efficaci a tramutare l’angoscia in serenità, tutte le brutture del mondo in vita nuova.

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