Sistema: subordinazione e reazione

E’ questo l’infelice titolo che darei alla prima rassegna cinematografica del secondo anno sociale di Alibi. Dopo mesi di saluti, delusioni ed esami ancora più infelici del titolo di questo intervento, non potevamo che ritrovarci in un clima di smarrimento. E così ci siamo smarriti pure nella scelta del tema della rassegna. Un tema sul quale in realtà, abbiamo riflettuto parecchio, fin troppo forse. Un tema difficile da inquadrare anzitutto per noi stessi, ma che si è prepotentemente imposto dopo quel Serpico. Un film visto con quattro amici, quasi senza più la speranza che tornasse a rinascere quello che tanto ci è appartenuto e ch’è tornato, finalmente, ad esser nostro.

C’era mancato stare seduti su un divano, in silenzio, di fronte allo schermo, per ritrovarci subito dopo a discutere con vecchi amici, facce già viste e perfetti sconosciuti; quindi lanciarci in analisi appassionate, o scherzose, calando le tematiche del film nel nostro quotidiano, cercando di farlo nostro, divagando, perdendoci per poi ritrovare chissà come il filo; e perché no, a volte s  pararla proprio grossa. Per farla breve, siamo tornati al nostro cineforum.

Ma parlavamo di Serpico, e di quel Al Pacino ch’è così bravo che più non si può. Interpreta un poliziotto italoamericano che si rifiuta di farsi trascinare nel capillare sistema di corruzione della polizia newyorkese, prima, per ribellarvisi poi, caparbio e tenace, a viso aperto. Proprio da qui è nata la nostra embrionale riflessione sul Sistema: quell’insieme di norme, sociali, giuridiche e culturali, che creano un ordine di cose e barriere mentali dalle quali sembra impossibile districarsi. Una volta dentro ci resti invischiato, uscirne sembra impossibile. Ma è soprattutto il sistema che viviamo ogni giorno. All’università, nel lavoro, nei nostri quartieri, in ogni forma di illegalità, in ogni luogo e tempo che ci asfissia.

Eppure c’è chi lo fa. Oltre Serpico, ci prova anche quel Carmine Bonavia, protagonista di Dimenticare Palermo, che ha aperto la nostra rassegna, un po’ perché vedere Jim Belushi passeggiare per Corso Vittorio Emanuele mica è cosa da niente, un po’ perché Palermo è sempre controversa, anche osservandola con gli occhi di uno straniero. Lo straniero in questione è un politico senza scrupoli che prende a cuore la questione della legalizzazione delle droghe leggere solo per riscuotere maggior successo nei sondaggi e che sceglie di volare a Palermo, non tanto per riscoprire le sue radici, ma per fare del suo viaggio di nozze un evento mediatico. Il sistema nel quale si trova avviluppato – superfluo dirlo – è quello di Cosa Nostra, che riconosce nelle sue promesse politiche una seria minaccia ai traffici internazionali di stupefacenti. Anche Carmine, nostalgico della città che Palermo potrebbe essere, reagisce. Anche dopo aver gettato la spugna, con un picco d’orgoglio sceglie di rinunciare alle logiche della politica, dei voti, dei sondaggi, delle domande capziose, del do ut des e dei compromessi.

Storia simile è quella di Igor, protagonista de La promesse. Igor è un giovanissimo ragazzo di Liegi che sbriga col padre un traffico di immigrati, ai quali procura documenti falsi e che lavorano in ne1akfcpromessero per la costruzione di una palazzina. La sua routine quotidiana gira attorno al perno dell’illegalità e la cosa la vive normalmente, direi anche con un certo gusto. Ma, durante una retata, Hamidou, il solo degli immigrati col quale il giovane avesse un minimo rapporto, cade dall’impalcatura. Potrebbe essere salvato, ma in ospedale, in condizioni così sospette, non conviene portarlo. Meglio lasciarlo morire. Igor subisce la volontà del padre, ma – in forza della promessa fatta ad Hamidou poco prima che spirasse – si occupa di sua moglie e del suo bambino. Alla fine di un vero e proprio percorso formativo, il giovane trova la forza di ribellarsi al padre e far emergere la verità.

In fondo proprio qui sta il merito di questi tre personaggi, di paese, carattere, età ed immaginario così diversi: aver fatto emergere la verità. In maniera rabbiosa e titanica, eppure – questa la sensazione che lasciano i tre finali – forse un po’ velleitaria. Una fantastica vittoria personale, ma tremendamente solitaria.

Di cosa discutere dopo questo ciclo? Di ciò che ci circonda, anzitutto. Delle nostre realtà sociali, politiche, scolastiche; della grettezza che genera quella coltre di brutture che viviamo. Delle nostre possibili reazioni e della loro sostenibilità.

I protagonisti dei nostri film hanno tutti reagito. Chi per una genuina onestà; chi perché è un po’ orgoglioso, un po’ nostalgico di quello che Palermo potrebbe essere; chi lo fa, ancora, perché è legato alla promessa fatta ad un amico morente. Tutti sono riusciti ad indignarsi abbastanza da ribellarsi a qualcosa che ad un certo punto hanno avvertito come profondamente sbagliato ed inaccettabile. Alla nostra realtà appartengono quei meccanismi che i film hanno testimoniato, ma non quella indignazione.

«Se le cose vanno così, è perché a qualcuno piace che così vadano le cose», così un mafioso liquida Carmine Bonavia. Chiediamoci a chi è che piace che le cose vadano così. Ai governi, alla malavita, agli sciacalli? Forse, anzi, certamente. Ma se c’è una piccola verità che viene fuori da questa rassegna, è che di come giri il mondo siamo direttamente responsabili. Vuoi per ignoranza, paura o semplicemente per pigrizia, chiudiamo gli occhi e ci tappiamo il naso, fino a quando corpo e mente sono perfettamente abituati al nostro quotidiano, anche al più triste.

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