Let’s GOAmorireammazzati

di Marco Tutone

Ci sono molti modi per morire. Ci sono morti buffe e morti eroiche, quelle incidentali, casuali e quelle volontarie. Poi ci sono quelle inaccettabili, e quella della scorsa notte è una di queste.

La notizia, che come una freccia nell’arco scocca, ha attraversato le migliaia di chilometri che mi separano da casa ed in modo tutt’altro che poetico mi si è conficcata dritta in mezzo agli occhi, mentre preparavo il mio insignificante pranzo. Inutile dire che mi si è chiuso l’appetito.

Non posso farci nulla, ma una morte causata da un calcio al collo impartito ad un corpo a terra mi risulta inaccettabile. Provoca un’istintiva reazione viscerale che mi stritola lo stomaco come se qualcuno infilasse una mano nell’addome e trattasse le mie budella alla stregua di uno straccio bagnato da strizzare. Sgomento, sdegno, rabbia. Una dopo l’altra inesorabilmente, ritardate qualche istante dal contegno autoimposto nel tentativo di consolare chi con la voce rotta dalle lacrime mi parlava dall’altro lato del telefono. Non so se i brividi siano per i pochi gradi della mia stanza non riscaldata o perché le urla che trattengo cercano una via di fuga dalla carne producendo tremori in mani che cercano di scrivere, forse più per sfogare che per comunicare.

Il pensiero viaggia fino alla mia isola bella e maledetta che, amando da fuori, inizio forse a vedere con altri occhi. Immagino una casa piena di dolore, ed il dolore di altre case vicine nel cuore, i loro gemiti e le lacrime, i sospiri ed i silenzi. Vuoti, assolutamente vuoti. Immagino l’ultimo momento di un corpo freddo ormai sul lettino di un ospedale. La morte è qualcosa che difficilmente si riesce ad immaginare se non la si è mai vista accadere.

Immagino, e ricordo. Ricordo le facce per le strade di una città contratta in una smorfia di disagio, tesa, pronta a vomitare tutta la violenza repressa, nella frazione di un secondo, per una banalità. Violenza che non è un astratto disvalore, ma una realtà concreta. È nascosta nel tono delle parole, nel contraccambiare uno sguardo rivolto agli occhi tra due esemplari di sesso maschile, nei clacson spietati ad un semaforo appena diventato verde. La puoi trovare nel “ma si orbu” dopo uno sfregamento di spalle tra viandanti in direzioni opposte, nel “c’è pobbrema?” di chi si sente richiamato per una qualsiasi ragione, nello scendere dalla macchina per “discutere” di qualcuno che è stato “gentilmente richiamato” da un altro automobilista.

Io e la violenza stiamo familiarizzando, e credo che più o meno lentamente anche voi vi stiate abituando alla sua presenza. No, non mi riferisco a Dragon ball e Ken il guerriero che guardavamo da bambini, piuttosto agli aggaddi a Ballarò durante l’aperitivo, alle boffe e bottiglie volanti in Vucciria la sera. È una presenza costante, no?

Tuttavia gli avvenimenti degli ultimi mesi sono riusciti ad attraversare la gelatinosa e disgustosa melma che l’assuefazione crea attorno al mio cervello, ed al vostro. In particolare mi riferisco alla rissa con machete all’Albergheria, all’aggressione con martello alla stazione centrale, allo knockout game, al senzatetto dato alle fiamme in piazzale Ungheria, giusto per riportare i primi esempi che riemergono dal sonno della memoria distratta. Infine siamo arrivati all’“avvenimento grosso”, alla “tragedia”: Aldo è morto.

Personalmente non lo conoscevo, se non di vista. Eravamo colleghi, ed avevamo degli amici in comune. Sapendo della sua morte non ho potuto fare a meno di pensare (e mi vergogno del mio egoismo) che questa volta non è capitato né a mio fratello né a un mio amico. Eppure sarebbe stato possibile per ciascuno di loro trovarsi al suo posto, e sarei stato io quello in lacrime a cercare conforto da un amico al telefono. Forse è per questo che il mio intestino ne ha risentito tanto.

Mi chiedo se oggi i miei concittadini ed i miei “coinquilini di isola” (è questo l’appellativo più corretto per indicare il senso di coesione, empatia ed identità che caratterizza il nostro ex-popolo) si sveglieranno dal perenne torpore che, invisibile ma percepibile, aleggia sulla città e sulla loro dignità ormai data per dispersa. Mi chiedo se si accorgeranno anche solo per un istante della condizione disumanizzante in cui accettano di vivere senza battere ciglio, prostrati verso tutto e tutti, con il capo costantemente chino, succubi di una degenerazione globale di cui la violenza è solo un epifenomeno tra tanti.

Non c’è dubbio che i meccanismi di alienazione, distorsione e disintegrazione di ogni forma di umanità che ci è rimasta siano ben più grandi della nostra misera bella città, e che si estendano oltre confini regionali, nazionali e continentali per vederci coinvolti in dinamiche ben più grandi di qualcosa che è meno di un pixel su Google Earth, nonché conseguenza di processi storico-sociali che sono ben più antichi delle nostre misere vicende quotidiane. Eppure, anche se un importante contributo alla merda che ingoiamo ogni giorno della nostra vita venga da qualcosa che può sembrare così grande da essere incomprensibile e immutabile nonostante i nostri sforzi, d’altro canto la realtà della nostra comunità locale è determinata anche da dinamiche più piccole, fenomeni locali che sono sotto i nostri occhi continuamente e che potremmo sia comprendere che influenzare.

Tuttavia, non lo facciamo. Di certo, non lo abbiamo fatto finora. Cerchiamo di essere obiettivi: non fotte una minchia a nessuno della realtà dei quartieri del centro, in cui il tasso di alfabetizzazione è ancora così basso da far sboccare bile a Manzi, la disoccupazione è una costante e la povertà uno status quo. Il palermitano si ricorda di Ballarò solo quando deve andare a comprare una bici o un telefono rubati, oppure, quando gliel’hanno appena rubato. Il comune si ricorda dell’abusivismo della Vucciria e dei Candelai solo quando con uno scacco burocratico deve far chiudere i pub, verosimilmente per avviare progetti di riqualificazione che “restituiranno lo splendore” a Palermo e faranno guadagnare un bel po’ di soldi a qualche imprenditore.

E vi immagino ascoltare al telegiornale, mentre mangiate tra valanghe di orrori che farebbero passare l’appetito anche a Dario Argento, pronti ad indignarvi appena appresa la notizia, ma continuerete a mangiare. Pacatamente, automaticamente, continuerete a masticare e ingoiare sia il cibo che la vostra dose di merda quotidiana. Sarete pronti lanciarvi in una delle vostre attività preferite: la caccia al colpevole. Verosimilmente qualcuno dello Zen, li vicino, che tanto si sa, no? Peccato solo che oggi pomeriggio non ne parleranno né Barbara né Luca, dato che è successo a Palermo. Sarebbe stato interessante indagare a fondo e con perversione le sfaccettature del dolore della madre, della fidanzata e degli amici, non trovate? Magari ascoltare un prete ed un sociologo che discutono sulla possibile origine di tanto male, indecisi se attribuirlo al fatto che non si vada più a messa la domenica o ai genitori distratti.

Nel frattempo continuerete a sentirvi assolti e, in quanto giudici, superiori allo schifo che vi circonda, ignari che nello scenario della violenza siete anche voi attori, comparse se non protagonisti, ma comunque attivi. I più sensibili tra voi e quelli che lo conoscevano forse organizzeranno una fiaccolata, in molti andranno al funerale. Eppure, a breve, rimarranno solo il dolore e il ricordo di quelli che lo hanno amato. Voi tornerete alle vostre case, se mai ne sarete usciti, dai divani ancora caldi e le televisioni accese, o comunque presi dalle vostre mille inutili preoccupazioni.

E tutto, come sempre, resterà invariato mentre la mia terra diventa un posto sempre più lontano dall’altrove che avevo immaginato. Sarebbe bello se mi fossi sbagliato ed in voi, in noi, almeno in qualcuno, nascesse se non un senso di umanità uno scatto di dignità che lo porti ad un impegno duraturo e concreto verso un cambiamento di direzione e di prospettive. Vi giuro che lo spero con tutto il cuore. Ma se così non fosse, per favore, andatevene a fanculo.

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