Happy summertime

Questa non vuole essere un’analisi sociologica di quella che già una volta ho chiamato Generazione 2.0, né tantomeno la meravigliosa condivisione di tutte le presunte soluzioni ai problemi giovanili che attanagliano questi anni. Questa è pura follia, uno slancio rovinoso fondato su impressioni drammaticamente quotidiane.

Ho distrutto la televisione diversi anni fa, ma ogni tanto concedo un po’ del mio tempo alla lettura del quotidiano Repubblica, pentendomene subito dopo. Ho deliberatamente scelto, citando il cantautore Davide Di Rosolini, di mettermi a dieta dall’informazione, perché “scopro che se digiuno dalla tv lo Stato e i suoi problemi non esistono più”. L’ultima volta che ho sfogliato un quotidiano è stata a Levanzo, esattamente al Faraglione. Due signore avevano finito di leggere alcune pagine del Corriere della Sera, io mi sono fatto forza ed eccomi tra le mani quegli scartafacci inzuppati di acqua e sale. Anche quella volta me ne sono pentito amaramente. Su quelle pagine solo storie di suicidi, overdosi di ecstasy, migranti morti sul Canale di Sicilia e crisi, crisi, crisi.

A me il Ferragosto piace passarlo con pochi amici, lontano dalle spiagge. Non mi eccita l’idea di rinchiudermi in una macchina, imbottigliarmi nel traffico autostradale, cercare un posteggio per due ore, montare una tenda che forse un tizio ubriaco distruggerà, passeggiare romanticamente sul vomito lungo la battigia, sfondarmi di alcool e tentare di scopare con la prima che passa, per poi ripensare al mio vero amore. Anche quest’anno ho preferito restare nella mia città deserta, rientrando a casa immerso nel silenzio delle strade mentre gli sbirri erano impegnati sulla tangenziale. Anche oggi mi sono svegliato tardi, ho acceso il computer e la mia prima sigaretta. Non so perché, ma ho aperto la pagina di Repubblica. Ecco i primi titoli:

Migranti, 40 morti asfissiati sulla stiva

Lorenzo in pole a Brno. Rossi in prima fila, è terzo

Migliaia in arrivo a Kos, traghetti e navi come centri di accoglienza

La Resistenza è nata l’8 settembre e tutti la ricordino

Temporali da Nord a Sud. Le previsioni per domani

Electrolux, Griseri: “Sindacato tagliato fuori: l’azienza parla direttamente con gli operai”

Scuola, 71 mila domande di ammissione. Raccontate la vostra esperienza

Expo, Ferragosto con pienone inatteso. Sala: “Siamo ai massimi dall’apertura”

Morto durante TSO, dialogo tra il volontario e il 118: “Urca, speravo che ce la facesse”

E così via, scivolo sempre più giù, ripercorrendo questi afosi giorni di un agosto italiano, finché non m’imbatto in un editoriale di Ilvo Diamanti, dal titolo La saga estiva della gioventù consumata. M’incuriosisce, il cursore dal mouse colora il titolo di blu, ci clicco sopra. L’articolo comincia con uno spietato ritratto della gioventù strafatta di alcool e droghe lungo tutta la penisola, passando dagli incidenti stradali e citando quel capolavoro che è Il sorpasso di Dino Risi. Nel frattempo, sento la mia automortificazione esplodere silenziosamente, come un pulcino che si fa spazio tra una crepa dell’uovo. Ma continuo a leggere. Si passa ai “cani killer”, a Renzi, agli sbarchi dei migranti, fino all’exploit finale:

“Così la ‘saga della gioventù consumata’, fra pasticche e sballi alcolici, orienta la nostra angoscia estiva in direzione a noi più familiare. Perché i giovani riflettono sempre e da sempre le nostre paure. Ma oggi, più di ieri, ci preoccupa la ‘triste gioventù’ (come la definisce Elisa Lello in un saggio di prossima pubblicazione per Maggioli). ‘Triste’, perché la attende – e si attende – un futuro precario. Da precari. In una società certamente incerta. Dove il tempo è ridotto a un eterno presente. ‘Triste’, perché l’immagine dei giovani riprodotta sui media riflette il sentimento degli adulti. Le loro paure: sono anzitutto le nostre. La tristezza di questa ‘gioventù consumata’, in effetti, è la nostra. Noi, schiacciati sull’immediato, proiettiamo sui giovani la nostra in-capacità di progettare. Di immaginare il domani. ‘Un’ domani. E questa cronaca estiva di tragici sballi giovanili rispecchia la nostra paura di perderci. Nel presente infinito.”

Apro un’altra finestra, cerco Triste gioventù di Elisa Lello e mi riprometto di comprarlo il prima possibile. Io che ho sempre fantasticato su un futuro felice nella mia città, che mi sono iscritto al corso di Lettere perché pensavo che fare il docente non corrispondesse sempre con l’essere docente, che “un giorno sarà bello innamorarsi, metter su famiglia, essere finalmente felice in questo Paese”, che credevo ne La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, io non ci credo più. O meglio, non so più in cosa credere.

Provo a chiamare Chiara, una giovane donna torinese che ho incontrato qualche giorno fa e con la quale condividiamo lo stesso sogno di vivere e lavorare in campagna, magari in una piccola isola. Lei e Federica sono ancora a Levanzo, posso intuirlo dal silenzio che culla le loro voci, quel silenzio vivace che solo rifugge la città. Arriveranno domani a Palermo e sarebbe bello continuare a progettare, sognare insieme.

Penso alla fine della nottata appena trascorsa, quando mi sono ritrovato con Marco e due bicchieri di Vecchia Romagna, più esausti per il caldo che alterati dalle droghe; e nei suoi discorsi riconoscevo lo stesso disorientamento che è in me, in Mauro, in Valerio, nelle intime confessioni di noi amici e di perfetti sconosciuti incontrati lungo questi anni bui. Diamanti scrive di una “gioventù consumata” che “esaurisce la vitalità e la vita stessa in discoteca e nei dintorni. Questi giovani: che si avvelenano con pasticche e droghe”. Io rincaro la dose, e non posso esimermi dal farlo quando attorno a me vedo giovani che abbandonano i progetti più nobili, sfiancati dalle carte da firmare; oppure quando mi rendo conto che è impensabile parlare con una persona senza un bicchiere di alcool tra le mani; quando innamorarsi è difficile perché già pensi al mutuo da pagare per comprare una casa, e quando nei modi brutali dal maschio alfa di turno riconosci tutte le tue debolezze, ogni ingiustizia sociale; quando è difficile distinguere un cinema da un supermercato. I giovani che si avvelenano con pasticche e droghe, sì. Ma anche quelli che senza una birra non riescono a dormire, che assumono quotidianamente degli psicofarmaci letali (e legali), che sono così disgustati dalla vita da poter eroicamente decidere di farla finita. Ma questo nei giornali non si può scrivere, semplicemente perché la morte non piace ai programmi elettorali. Meglio la paura della morte.

Penso alla mia generazione dilaniata dalla crisi neoliberista. Il benessere che era stato promesso ai nostri genitori si sta lentamente esaurendo, perciò ora tocca puntare più in basso. Il ritorno alla campagna potrebbe costituire una soluzione interessante; o forse la sola possibile. Io torno a Levanzo, prima o poi.

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