Une jeunesse allemande

La RAF (Rote Armee Fraktion) è passata alla storia come la manifestazione più violenta di quelli che sono stati i furiosi anni di piombo in Germania. Ho letto per la prima volta di questa organizzazione in un manuale di storia contemporanea, a pochi giorni da un esame universitario. Era il luglio duemiladodici: ricordo la mia risposta evasiva alla domanda finale su quegli anni in Europa e un misero ventisettenne pescato dalla scarpa del compianto Giuseppe Pinelli.

Meglio nota col nome attribuitole dai mass-media “Banda Baader-Meinhof”, la RAF è stata una di quelle dolorose esperienze per le quali emerge immediatamente l’immagine degli anni ‘70 quali un decennio “buio”, vero e proprio medius aevus a cavallo tra le conquiste del sessantotto e l’avvento del neoliberismo. Se provi a cercare “banda Baader-Meinhof” su un qualsiasi motore di ricerca ti appariranno i volti di alcuni giovani destinati al suicidio in una cella d’isolamento. Se cerchi “raf” potresti imbatterti in uno spettacolo altrettanto triste.

Se vuoi saperne di più sulla RAF, puoi fare le tue ricerche sul web o altrove. Prima di farti convincere dai libri di storia o dai redattori di Wikipedia ti consiglio però di dare un’occhiata a un documentario che è appena uscito nei cinematografi francesi e che mi auguro possa essere distribuito presto anche in Italia. Il titolo è Une jeunesse allemande e la firma è quella di Jean-Gabriel Périot.

Une jeunesse allemande ripercorre la storia del movimento antagonista in Germania dalle prime manifestazioni contro la guerra in Vietnam fino al disgregamento della “banda” e al suicidio collettivo dei suoi militanti, il 18 ottobre 1977. Il documentario cerca di mostrare come la lotta armata sia stata solo l’ultima soluzione di una militanza politica che è prima di tutto culturale. L’ho apprezzato tanto perché non si ferma a giudicare gli eventi macabri che hanno reso famosa la “banda”, ma tenta di presentarla in tutta la sua complessità con i documenti che la “banda” stessa ha messo a disposizione.

Andreas Baader, Ulrike Meinhof, Gudrun Ensslin e Holger Meins erano i giovani figli di una Germania che aveva vissuto la tragedia del nazional-socialismo prima, l’assurda repressione dei governi democratici poi. Appartenenti al ceto borghese, erano gli studenti borsisti che avrebbero potuto animare il dibattito culturale della nuova Europa e che invece hanno deposto penna e cinepresa per impugnare le molotov. A partire dal 1967 la loro produzione cinematografica e giornalistica è intrisa della rabbia rivoluzionaria che non tarderà ad esplodere pochi anni dopo e testimonia in maniera lampante la lucidità di quei ragionamenti e delle successive deflagrazioni. Scrivono su giornali nazionali, realizzano cortometraggi sperimentali di rara bellezza estetica, cercano di creare una nuova corrente culturale intrinsecamente avversa ad ogni potere costituito. Ma contro la violenza dello Stato l’unica soluzione appare sempre quella.

La cruenza terroristica che esplode nelle redazioni giornalistiche e rimbalza sugli schermi del tuo televisore ha sempre dietro di sé una ratio; poco condivisibile per i più, ma di certo ben radicata in chi è disposto a tutto per il raggiungimento di un preciso obiettivo. Io invidio questa determinazione, tanto che ne ho abbastanza del ricorso alla follia e delle assurde morti al TSO.

Non voglio inneggiare alla violenza dell’uomo sull’uomo, nonostante le uniformi non mi siano mai piaciute. Voglio solo affermare che l’atto più atroce di un individuo assume il proprio senso se condiviso e ponderato in un ragionamento razionale e coerente. Ancor più che la follia, il grosso impasse da gestire con cautela potrebbe essere la stessa energia che dà forza alle idee, quella spinta che nella foga distruttiva finisce troppo spesso con esaurirsi nell’autodistruzione: la jeunesse, quella maledetta.

Il documentario di Jean-Gabriel Périot riesce egregiamente nell’impresa di raccontare una storia scomoda della nostra vecchia Europa e lo fa con lo sguardo sornione di chi si limita a fornire le immagini di un contesto difficile da comprendere, figurati da giudicare.

Dopo un’ora e quaranta minuti di immagini indimenticabili, sono uscito dalla sala in stato confusionale, con tante suggestioni e molte idee da rielaborare. Mi sono ricordato che lunedì verrà emessa la sentenza del processo che vede imputato Erri De Luca. Rischia otto mesi di galera per aver affermato che “la TAV va sabotata”.

Ecco, una cosa l’ho capita: quando l’arte incontra l’idea, ecco che scoppia una rivoluzione.

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