Che tutto cambi

Duole ammettere che buona parte dei post pubblicati dal sottoscritto converga in un unico, preciso e desolante quadro sociale. Se è vero che la Generazione 2.0 sembra aver trovato nella propria precarietà un modus vivendi attorno al quale coagularsi, finendo per identificarsi in ciò che notoriamente non ha, è anche vero che continuare ad animare un modesto dibattito teorico-utopistico può apparire superfluo, se non addirittura controproducente. Con buona pace dei soliti hipsters, anche in questo post si parlerà di disoccupazione, emigrazione e miseria tanto economica quanto umana, ma con un taglio diverso.

Negli ultimi anni abbiamo visto nascere una vera e propria corrente culturale, frammentaria e senza manifesti, ma aderente nella sua globalità a un programma preciso: rappresentare la quotidianità dei venti-trentenni in questi primi anni Duemila, con tutta la precarietà del caso. Penso immediatamente agli album de Lo Stato Sociale e alle tavole di Zerocalcare, ma tale urgenza espressiva è estesa capillarmente lungo tutto lo stivale e una lista veramente esaudiente pretenderebbe maggior tempo e più vivaci energie.

L’occasione di questo articolo nasce per l’appunto dalla fresca visione di un documentario intitolato Che tutto cambi – Que tout change.[1] Si tratta del primo film scritto e diretto da una giovane ed interessante regista francese, Lucile Mons, alle (cine)prese col contesto sociale della Sicilia contemporanea. Il suo incontro con l’isola rimane un mistero per me, ma evidente appare l’amore che ne è scaturito. In sessantuno minuti di immagini quotidiane e interviste genuinamente dolorose, Lucile Mons esplora lo smarrimento esistenziale di due individui eroicamente umani in un’isola che di eroi ne ha forse fin troppi.

Giandomenico e Felice sono i rappresentanti reali di una generazione che decide di restare in Sicilia nonostante un tasso di disoccupazione giovanile che oscilla tra il quaranta e il sessanta per cento;[2] ma sono anche di quelli che hanno dovuto abbandonare la loro isola, cercando fortuna altrove come il 47% dei siciliani sotto i quarant’anni.[3] Giandomenico e Felice sono i testimoni casuali di una realtà collettiva che conosce dati allarmanti in merito a miserie ed aspettative economiche.[4] Il loro spessore umano assume un valore epico nel momento in cui, approcciandosi alle loro storie, ci si rende conto di quanto familiari esse risultino. E cos’è l’epica se non racconto collettivo?

Giandomenico e Felice vivono a Belpasso, ai piedi dell’Etna, dove nutrono i loro sogni e cercano di ritagliarsi uno spazio di vita confacente alle loro umili aspettative. Lo stallo è evidente, ed è questo che la regista vuole fare emergere nel corso della sua narrazione, manifestando una tensione propositiva sin dal titolo. La citazione gattopardiana non è casuale, così come non lo è la scelta di ridurla al suo segmento potenzialmente positivo, nobilitando quel “bisogna che tutto cambi” al quale è facile storcere il naso.

Le immagini restituiscono allo spettatore i piccoli dettagli della vita siciliana contemporanea, cosa non da poco per un pubblico straniero abituato per lo più a scene anacronistiche le cui radici affondano in capolavori quali, per l’appunto, Il Gattopardo. La cura documentaristica proietta lo spettatore in un paese tanto piccolo quanto pieno di automobili, nei risentimenti di una madre il cui figlio preferisce andare al cinema piuttosto che cenare a casa, ma anche nel clima turbolento delle elezioni comunali o della processione sacra di Ferragosto.

La ricchezza della fotografia si traduce in primissimi piani, soffocanti quando l’intervista suscita un sentimento di palese disagio, e ancora più mozzafiato sono i campi lunghi dell’Etna circondato dalla nebbia, in un’atmosfera che rimanda ai versi combattivi de La ginestra leopardiana, ma soprattutto a un impressione di fatalità e impotenza unanimemente provate di fronte a una forza misteriosa e altrettanto crudele. Il rispetto e il timore per il vulcano sono il giusto contrappeso all’amore incondizionato per lo stesso, e questo Lucile Mons lo sa bene.

Che tutto cambi è un documento prezioso del nostro tempo, uno sguardo disincantato sulla nostra isola, crudo e sincero ma non per questo stantio. Non manca l’apertura al riso, per giunta mai volgare e stereotipato, così come ben dosato risulta il tenue entusiasmo finale, perfetto perché insensato, sincero, reale.

Dubito che il film verrà distribuito in Italia. In ogni caso, se ho scritto questo articolo è perché vedere le immagini di una madre che prepara una padellata di triglie mi ha ricondotto ai miei luoghi, in una sorta di momentaneo ritorno, malinconico e incerto come solo può esserlo un rientro a casa. L’entusiasmo del racconto vale a dare un senso all’esperienza, prima che tutto ritorni come prima, prima che tutto cambi.

quetoutchange-lm

[1] http://www.studiocine.com/fiche-film/films/che-tutto-cambi-que-tout-change.html#.VmRXEPnhChc
[2] http://www.huffingtonpost.it/2015/10/10/disoccupazione-sicilia-tasso-piu-basso-europa_n_8274288.html
[3] http://ilmattinodisicilia.it/15485-fuga-dei-laureati-siciliani-uno-su-tre-va-via-emigrazione-giovanile-al-47/
[4] http://www.agi.it/palermo/notizie/poverta_in_sicilia_colpite_44_famiglie_sindacati_serve_patto-201511301813-cro-rt10168
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