Otto marzo (un anno dopo)

Otto marzo duemilaquindici, festa della donna. L’odore dei mazzetti di mimose ostentate dai venditori ambulanti ravvivava l’aria fredda della notte, mentre le coppie tornavano a casa per fare l’amore e i superstiti cercavano altri superstiti per stilare una rassegna delle proprie frustrazioni. Nel silenzio della casa che era bunker e chiesa sconsacrata, Arturo ripensò alle donne della sua vita, dalla prima all’ultima, dai primi vagiti ai languori che rendevano inutile anche quella notte.

Immaginò sua madre nella sala parto in cui l’aveva appena messo al mondo contro la sua volontà. Accanto a lei c’era suo padre, compiaciuto nel vederlo e visibilmente imbarazzato. Nello sguardo di lei c’era qualcosa di autorevole: era lo sguardo di chi può finalmente tirare un sospiro di sollievo, prima di rendersi conto del danno compiuto.

Vide la sua maestra dell’asilo, paziente e innamorata di tutti i suoi bambini, giovane donna alle prese con un futuro incerto. Nei suoi occhi neri c’era un sogno di quiete e felicità. Il suo ricordo era sfocato, ma quando pensava a lei immaginava un volto malinconico, come di chi si è rassegnato a un destino di cui non conosce molto, se non la sua ineluttabilità.

Ricordò un’amica, sorella e compagna di buona parte delle sue sventure. Sorseggiava con lei una birra: era ormai uno studente promettente, carico di speranze e di paure. Nei suoi occhi riscoprì tutta l’amarezza degli addii ai quali non ci si vorrebbero mai piegare, l’insostenibile necessità di strappare a morsi il tempo che ci divora, di saccheggiare la vita in tutta la sua straordinarietà. Riscrisse nella sua mente tutte le parole imparate in quegli anni, quando si stava nel presente, quando ogni abbraccio si esauriva in se stesso perché altrimenti avrebbe fatto troppo male.

Accarezzò ancora una volta quella che a lungo aveva considerato la donna della sua vita, la paziente guardiana della sua integrità morale. Pensò a lei come la sola donna che avesse amato veramente, perché il suo amore era anche quello di lui, perché era in lei che trovava tutto se stesso. Ma neanche questo era sufficiente, neanche tutto l’affetto di allora poteva fugare l’anelito alla libertà che lo spingeva oltre quelle mura. L’amava, è vero, ma il bisogno di amore gli imponeva una ricerca che non poteva esaurirsi così facilmente.

Nelle sue parole meno lucide ritrovò l’assurdo splendore di una donna che non era mai esistita, se non nella sua immaginazione. L’aveva strappata dai romanzi di uno scrittore italoamericano e aveva finito per convincersi di amarla. Dopo due anni e mezzo di schizofrenia, la cura è arrivata d’un colpo: nelle sue parole finalmente sincere aveva accettato la realtà che eppure aveva già riconosciuto nei peggiori momenti di lucidità. La pelle ne ha risentito, il morale si è assopito sotto una coltre di neve. Era stato bello vedere la sua città imbiancata a Capodanno, bello non pensare più a lei come a qualcosa di reale.

Pensò alle donne che avrebbe voluto avere lì, in quel preciso istante. Forse si stavano avvelenando in un bar stracolmo di gente, forse qualcuno le aveva già adocchiate. Forse erano in una stanza poco illuminata, le coperte a celare due corpi nudi. Si trovavano in capo al mondo o a poche centinaia di metri da quella casa; si sarebbe voltato e le avrebbe scovate alle sue spalle, oppure avrebbe potuto cercarle invano, su e giù per la nostra immensa, moribonda Europa. Pensò ai loro sguardi nei treni, in biblioteca, nel traffico, al cinema, nei piccoli paesi in festa. In loro vide sempre la stessa malinconia, la stessa insicurezza che riconobbe in se stesso: per questo avrebbe voluto averle lì con lui, perché cingere i loro fianchi lo avrebbe fatto stare bene, perché nel suo pensare sempre a se stesso avrebbe potuto dare loro una mano.

Otto marzo duemilasedici. Il silenzio della casa è infranto solo dal battere della pioggia sulle strade e dal sordo ronzare del frigo in cucina. Non cesserà di piovere fino a venerdì, forse anche più tardi. Il frigo non è un problema: smetterà da un momento all’altro, per poi ricominciare quando ormai si sarà addormentato. In quel preciso istante, di tutte le donne della sua vita non rimarrà più niente, non il ricordo, non il rancore, nessuna aspettativa. Nei sogni riscoprirà se stesso, indifferente a ciò che lo circonda, e in mano stringerà un mazzetto di mimose, solo per sé.

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