Le biblioteche a Palermo: uno stato di emergenza culturale

Ho frequentato le biblioteche palermitane sin dai tempi del liceo e quindi per buona parte della mio percorso accademico, semplicemente perché al rombo dell’aspirapolvere della vicina ho sempre preferito il brusio degli altri utenti che si concedono l’ennesima pausa caffè. Come ogni chiesa, anche ogni biblioteca è unica per una serie di peculiarità: la qualità del silenzio, l’intensità della luce, la temperatura cangiante. Dalle sale storiche alle moderne strutture universitarie, questi spazi sono i garanti di un’attività culturale da cui una città metropolitana come Palermo non può prescindere per nessun motivo.

Ma non solo. È in questi spazi, infatti, che nel corso di tanti anni abbiamo creato una rete sociale alternativa ai bar e alle piazze notturne. Tra i banchi delle biblioteche palermitane ci siamo riconosciuti nelle nostre differenze: lettori, studenti, dottorandi, ricercatori, docenti, curiosi di passaggio. Abbiamo condiviso giornate intere col capo chino sui libri, stagione dopo stagione, senza mai trascurare la necessità di un continuo scambio altrove negatoci. Una biblioteca è anche questo: una riserva d’incontri, l’antidoto alla solitudine degli studi.

Sono rientrato in Sicilia pochi mesi fa, dopo un rivelatorio anno accademico presso una modesta università francese. Il ritorno è stato dettato da una sola, ponderata volontà intellettuale: scrivere la mia tesi di laurea magistrale su un manipolo di scrittori e militanti siciliani in azione a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Le loro pubblicazioni sono conservate esclusivamente ed in gran parte presso le due maggiori biblioteche palermitane. Ma avevo fatto un banale errore di calcolo: consultare i volumi dei più ricchi cataloghi locali, in questi mesi, è impossibile.

Tocca fare un passo indietro. Nel febbraio del 2015 le fiamme divorano l’ampio atrio della Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace”. Inutile tornare a trattare le cause dell’incendio, così come ipocriti sono i sospiri di sollievo per l’incolumità del milione di volumi che compongono uno dei cataloghi più ricchi d’Italia. Dopo un breve periodo di chiusura, la sala consultazione riapre al pubblico con non pochi problemi logistici e una sostanziale riduzione dei servizi; ma per poco. Da qualche mese, infatti, sono stati intrapresi dei lavori di restauro che hanno provocato la sospensione a tempo indeterminato di tutti i servizi bibliotecari (lettura, consultazione, prestito…) e privato centinaia di utenti di un catalogo unico nel suo genere.

Il 5 settembre scorso si è svolta una verifica delle condizioni di sicurezza nell’intero complesso, alla quale è seguito l’ultimo comunicato ufficiale che conferma la sospensione di tutti i servizi bibliotecari. Dal sito ufficiale della “Alberto Bombace” si legge: «I lavori avranno la durata di circa 7 mesi e sono finalizzati alla necessaria messa in sicurezza dell’Istituto, al restauro architettonico dell’atrio e dell’ingresso principale su corso Vittorio Emanuele, gravemente danneggiato dall’incendio avvenuto lo scorso anno». Resta da chiedersi se almeno il servizio prestiti sarà riattivato prima della fine dei lavori, previsto per il mese di marzo 2017. Gente come me la tesi l’avrà già bell’e discussa, senza aver potuto consultare decine di libri.

Niente “regionale” – come la chiamiamo affettuosamente noi utenti –, niente libri. “Va bene” viene da dirsi “la Biblioteca comunale di Casa Professa riuscirà sicuramente a colmare qualche lacuna bibliografica”. Consulto il sito internet ed ecco che dopo il danno arriva la beffa: «Attualmente il servizio al pubblico è sospeso per lavori in corso». Nessuna ulteriore spiegazione: non mi resta che andare personalmente in piazzetta Brunaccini, dove sono accolto con tante parole di comprensione sì, ma non per questo di conforto. La lista dei libri perduti si amplia sempre più e un pensiero comincia a pulsare sotto le meningi, quasi un tarlo che scava lungo i nodi degli scaffali: forse sarebbe stato meglio scrivere una tesi su tutt’altro, niente Sicilia, niente Palermo, niente di niente.

Le biblioteche del circuito universitario meriterebbero tutto un altro discorso, che qui riduco all’osso: il prolungamento degli orari di apertura di alcune sale non risponde comunque alle necessità degli studenti, che hanno bisogno sì di tempo, ma soprattutto di spazio; il servizio prestiti “a targhe alterne” con orari inspiegabilmente puntuali e ridotti non garantisce una flessibilità nella consultazione, ritardando subdolamente le ricerche in nome di un presunto ordine amministrativo; la burocratizzazione spietata, infine, esclude tutti i non iscritti ai corsi accademici, quasi che la cultura fosse appannaggio di chi è disposto a sborsare le ingenti tasse annuali. Una carneficina, insomma.

La mia sensazione è che la chiusura simultanea dei due maggiori poli bibliotecari urbani rifletta lo stato di una cultura locale che tende sempre più a farsi evento, spettacolo fieristico, rito celebrativo di una cultura ufficiale che nel suo aprirsi al pubblico non fa altro che compiacersi. In un contesto del genere, l’esercizio quotidiano delle ricerche individuali e dei gruppi di studio rimane segregato nei dipartimenti accademici, negli studi privati, nelle biblioteche personali rispondenti alle facoltà economiche dei rispettivi proprietari. In tutto questo processo s’intravede un doppio processo culturale: alla libera fruizione di un’Opera in piazza Verdi fa riscontro la crescente difficoltà nel creare stimoli conoscitivi che siano nuovi, veramente democratici. Perché tra la fruizione/accettazione di un dato pacchetto culturale e l’elaborazione di nuovi percorsi logici la differenza c’è, e non è possibile ignorarla. È il fantasma dell’aridità culturale, invisibile sotto la fitta coltre dei sensazionalismi.

Rimane pur sempre una questione di potere culturale e questa storia – come tante altre storie di cattivo governo – non conoscerà responsabili, ma solo vittime: certamente gli utenti disorientati e, inutile dire, gli impiegati pronti alla mobilità. Ma soprattutto le parole, le idee, le attese di una nuova pagina culturale palermitana: i libri, che di certo rimangono nei magazzini in preda all’incuria, alla polvere, agli acari e, la cronaca non mi smentisce, alle insidie del fuoco.

Il topo da biblioteca (Der Bücherwurm)

Carl Spitzweg, Il topo di biblioteca, olio su tela, 1850 circa.

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